Crisi internazionali: un tratto le unisce?

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Mentre in Italia ci accartocciamo sui problemi istituzionali venuti fuori dall'ultima tornata elettorale, fra saggi e flessioni ad libitum della Costituzione, nonché silenzi ben più preoccupanti, sullo scenario internazionale si palesano degli eventi molto rischiosi, che la stampa italiana sembra minimizzare e non si capisce il perchè.

Iniziamo dal nostro Vecchio Continente, proprio all'interno dell'Unione Europea, in Ungheria. Da alcuni anni ormai, il governo Orbán, democraticamente eletto e forte della maggioranza dei 2/3 del Parlamento (per scherzi dovuti alla intricata legge elettorale ungherese), ha avviato tutta una serie di provvedimenti che ledono sia la libertà di stampa, sia la consolidata divisione dei poteri che sta alla base di ogni democrazia che si rispetti, finanche la libertà di movimento degli ungheresi fuori dai confini nazionali.
Orbán è già stato figura importante nella lotta contro la dominazione sovietica. Il suo Partito, Fidesz, è membro della famiglia popolare europea e sotto queste insegne si pone all'interno del Parlamento UE. Nonostante ciò, le azioni del governo Orbán sono passate nel silenzio o quasi delle istituzioni comunitarie.


Parecchie volte ho avuto il piacere di visitare l'Ungheria: mentre noi europei occidentali la consideriamo come la prima Nazione (geograficamente parlando) dell'Europa dell'Est, gli ungheresi si sentono come il punto più ad oriente del mondo occidentale europeo. Geograficamente parlando, inoltre, rappresenta, insieme alla Polonia ed alle Repubbliche baltiche, l'ultima presenza dell'Unione Europea prima dell'inizio dell'ex blocco sovietico, con Ucraina prima e Bielorussia poi. Mentre è conclamato come quest'ultima ancor oggi risenta fortemente dell'influenza russa, l'Ucraina vive ancora profondi scossoni ed è innegabile la propensione russa di estender anche su di essa il proprio ascendente. La non incisività delle istituzioni UE è dovuta a debolezza delle medesime, a pigrizia nei confronti di una Nazione che allo stato attuale ha un ruolo di sesto/settimo piano nel panorama mondiale oppure è voluta per scopi di real politik internazionale?

Altro scenario, il Medio Oriente. Nonostante l'ultima visita di Obama, in cui peraltro il Presidente USA ha finalmente dato ragione del Premio Nobel per la Pace vinto in passato, la situazione non sembra essersi grandemente calmata. Nonostante le esortazioni di Obama (ad Israele a guardare il futuro con gli occhi palestinesi, alle autorità palestinesi a riconoscere il profondo diritto di Israele ad esistere), le tensioni israelo-palestinesi sono tutt'ora vive, mentre due grandi alleati dell'ex URSS ieri e della Russia oggi (nonché della Cina), la Siria e l'Iran, sono flagellate dalla guerra fratricida o sono sotto stretta osservazione internazionale per via dei propri programmi nucleari.

Un filo rosso, poi, corre dall'Iran e giunge all'Estremo Oriente. In generale, il contesto di questa regione è altamente complesso, diviso fra la grande presenza cinese e le tigri dell'Est (prime fra tutte Thailandia e Vietnam) in forte ascesa economica e su posizioni non più tanto concilianti con l'ingombrante vicino. A ciò si accompagnano le continue dispute territoriali mai risolte fra Cina e Giappone, Cina e Taiwan, Russia e Giappone, Cina e Vietnam. Come ingrediente finale, le tensioni indotte dal comportamento della Corea del Nord, con le continue minacce nucleari verso la confinante Corea del Sud, gli USA ed il Giappone. Seppur sia vero che la Corea del Nord, Paese a dittatura comunista fortemente militarizzato, ha sempre usato questa particolare “dialettica” internazionale per consolidare la forza dei leader interni (stavolta è il turno di Kim Jong-un), alternando minacce ad espressioni concilianti, l'escalation delle ultime settimane sembra uscire da questo “percorso” tanto da far esporre la diplomazia russa e cinese ad inviti alla calma, nonché facendo ufficialmente sorgere timori anche nel contesto statunitense.

Il tutto fa sì che l'Estremo Oriente si presenti come una regione caldissima: è di alcuni giorni fa la notizia che gli Stati Uniti abbiano messo in massima allerta le proprie forze aeronavali del Pacifico, rafforzando al contempo le difese missilistiche in Guam e Alaska, seguiti immediatamente dalla Corea del Sud, Australia e Singapore, mentre il Giappone proprio oggi ha dato notizia di riprender con forza la corsa al riarmo.

Insomma, scenari lontani culturalmente, dislocati in contesti geografici differenti ed apparentemente con interessi diversi, eppure a leggere la situazione internazionale sembra apparire un filo conduttore: appaiono tutti come elementi diversi di una scacchiera internazionale che pone nuovamente gli USA da un lato, e la nuova alleanza sino-russa dall'altro.

La caduta del muro di Berlino e la fine del comunismo dei Soviet nella ex URSS al termine degli anni '80... il boom economico degli anni '90 con il notevole sviluppo di quelli che oggi vengono comunemente chiamati BRICS (Brasile, Russia, India, Cina, Sud Africa)... tutto faceva presagire la nascita di un globo multipolare, in cui più Nazioni avrebbero avuto influenza tale da andare oltre la mera sfera geografica regionale. La crisi economica del 2011 sembra aver rimescolato le carte, riponendo due blocchi l'uno di fronte all'altro in cui uno dei due ha modificato la sua “configurazione” a causa dell'importanza cinese mentre l'altro si è comunque pur sempre rafforzato grazie a nuovi rapporti di partnership instaurati con Nazioni in passato “ostili” (es. Libia e Vietnam).

Stiamo, quindi, assistendo ad una nuova guerra fredda fra due blocchi, condotta stavolta non sul piano prettamente della deterrenza militare bensì su contesti economico-finanziari, con l'informatica e gli “attacchi digitali” come nuove “armi di dissuasione”? Staremo a vedere.

Un leit-motiv è sempre e comunque presente, conclusione amara di questo mio articolo: ancora una volta, l'Europa sembra avere un ruolo secondario o comunque non riesce ad imporre la sua importanza unitaria a livello internazionale. Assume sempre maggiore rilevanza, quindi, l'esigenza di avere una Unione Europea forte, che abbia strutture istituzionali unitarie degne di questo nome, con politiche comunitarie che sappiano trovare all'interno i giusti compromessi per parlare all'esterno con una sola voce. Ciò passa anche, se vogliamo, da una riforma dell'assemblea delle Nazioni Unite e dei suoi componenti permanenti.
Non è semplice, per le Nazioni che ne fanno parte (alcune delle quali hanno una storia caratterizzata da forte isolazionismo e pragmatismo come la Gran Bretagna) cedere parte della propria sovranità; forse sarebbe meglio riformare l'Unione Europea stessa, conducendola verso percorsi federativi di Stati alla stregua degli USA. Essenziale, però, è a mio avviso, seguire questa strada maestra: da ciò passa il senso dell'esistenza e la sussistenza stessa dell'Unione Europea.