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Quella terribile voglia di vivere, in terra di Calabria...

Oggi vi voglio raccontare la storia di due giovani della terra di Calabria, di quello stupendo lembo di terra che dal Basso Tirreno va pian piano degradando fino allo Stretto di Messina.

Sono due giovani come tanti. Lei, laureata in Glottologia, un Dottorato di Ricerca alle spalle ed una immensa passione per lo studio delle lingue dialettali. Lui, giovane e talentuoso chef, giramondo per lavoro ma col cuore sempre legato alle sue origini.

Due passati diversi, due trascorsi differenti. Li unisce l'incredibile mole di viaggi fatti - e posti visti - in passato, e l'altrettanto forte attecchimento alle proprie origini natie.

Lei avrebbe sognato di poter continuare a condurre le ricerche in seno al mondo universitario, ma ha la schiena dritta e non sopporta di fare la “schiava precaria” a divinis, e si sa come vanno le cose nelle accademie italiane, oggigiorno. Lui avrebbe voluto continuare a sperimentare le sue idee culinarie fatte di tradizione ed innovazione, sempre nel pieno rispetto della buona, sana e genuina cucina, nel rifiuto totale dei moderni espedienti chimici. Anche qui, il trascorso umano ed il contesto socio-economico (ci vogliono molti soldi, è tempo di crisi e la concorrenza è aspra e spesso sleale) mettono i bastoni fra le ruote.

Un bel giorno, Lui e Lei, si incontrano, si piacciono e decidono di frequentarsi. Vengono da mondi diversi; man mano si conoscono, scoprono di amarsi. Decidono di condividere il loro passato, i sogni infranti, rubati. Decidono di dare un calcio al passato, di sorridere alla vita, di ripartire insieme.

Insieme, decidono di condividere la durezza della vita, l'insipienza di chi dovrebbe garantire le possibilità per ognuno di raggiungere la felicità, il continuo essere depredati dei propri sogni, del proprio futuro. Insieme, combattono una aperta battaglia contro la quotidianità.

Insieme, un giorno, scoprono che diventeranno genitori. Insieme, lo annunciano alle proprie famiglie ed agli amici più intimi. Insieme, inaspettatamente forse anche per loro, ricevono l'abbraccio affettuoso ed il supporto sincero delle persone più care che hanno.

L'inizio di una nuova vita?

Sembra questo l'inizio di una nuova vita. Ciò di cui la società li ha privati, la natura ha deciso bonariamente di ricompensarli. Ma “Qui non è Hollywood”, canterebbero “I Negrita”... non può finire così, in terra di Calabria, punta profonda dello stivale italico.

Già, perchè nonostante una gravidanza a rischio, che la costringerebbe a riposare, Lei non ha modo di farlo. Ho usato il condizionale appositamente. E già, perchè le condizioni indurrebbero il riposo, ma la società non comprende, è cieca, sorda e muta... Lei deve costruirsi un nuovo futuro da insegnante, per se stessa, per Lui e per il loro bimbo... Lui deve mandare avanti la piccola attività commerciale che insieme hanno testardamente voluto avviare, per se stesso, per Lei e per il loro bimbo...

Lei ha vinto un concorso pubblico per l'accesso ad un costosissimo corso di specializzazione per diventare insegnante (già, anomalia tutta italiana, pagare per un corso cui si ha avuto accesso tramite concorso pubblico, forse per rimpinguare le casse di certi Enti?). Che fare? Perdere i tanti soldi e buttare al vento il futuro? Confidando nelle indicazioni mediche degli specialisti che la seguono, la nostra Lei partecipa ai corsi, fintantochè la salute glielo consente, stringendo i denti, cercando di non superare la soglia di assenze, oltre la quale si viene sbattuti fuori. E non ci sono giustificazioni che tengano, per quel corso statale! Storia tutta italiana! La nostra Lei deve per forza prendere treno, nave e bus, sobbarcarsi ore e ore di viaggio e lezione, perchè la frequenza è obbligatoria... un altro bel “ecchisenefrega” ricevuto in faccia dalla società...

Tutto va, pur se tra affanni e difficoltà? Non qui, non nella nostra storia, nella punta più aspra di questo nostro stivale italico. Perchè un bel giorno, che per comodità definiamo 21 Settembre, la Lei di questo racconto accusa strane sensazioni: dolori addominali, alla schiena e senso di stanchezza. Mostra gonfiore alle gambe, soprattutto la destra. La suocera, facendole visita dopo alcuni giorni che non si incontravano, la avvisa che, a proprio parere, la nostra Lei sta soffrendo di gestosi. Fin qui, volendo, nemmeno nulla di eclatante: è vero che la gestosi non è comune, ma ormai la prassi medica sa come affrontarla. C'è da preoccuparsi, tenere le situazioni sotto controllo, ma mica, nel 2013, si dovrà davvero aver paura di morire per parto!!!

Solo che il giorno appresso, la nostra Lei continua a stare male, presenta tremore alle gambe, con spasmi inconsulti, non voluti e non controllabili.

Le prime avvisaglie di pericolo

Il gonfiore aumenta sempre di piú. La nostra Lei avvisa la propria ginecologa che la convoca per una visita medica presso la Clinica privata cui presta servizio. Qui, si "premura" di ricordare alla nostra Lei che può farla partorire in Clinica Privata solo dopo il raggiungimento della 36a settimana di gravidanza: quindi, cara Lei, dobbiamo arrivare a questa méta. Insomma, un parto a comando!!!

Eh no, caro lettore, non bastano le buone e “pie” (?) intenzioni. Dopo cena, infatti, le condizioni della nostra Lei peggiorano in maniera improvvisa: ha dolori alle gambe, contrazioni addominali, forti dolori di testa (non assimilabili a cefalee) e vomito. Il nostro Lui (no, non è sparito, stava solo sfacchinando a lavorare), non sapendo cosa fare, cerca di convincerla a chiamare la madre, nel mentre le pratica dei sollievi tramite pezzuole bagnate poste sulla schiena e sulla fronte. Dopo circa due ore, intorno alle 2:30 – 3:00 del mattino, il malessere della nostra Lei lenisce ed ella può addormentarsi e riposare. Scopriremo tutti insieme, quasi un mese dopo, che probabilmente la nostra Lei aveva avuto, in quella sera, un piccolo versamento sanguinolento internamente al cervello, arrestatosi autonomamente.

Giungiamo ad un ipotetico Sabato 28 Settembre, non senza problemi nei giorni precedenti... Nella media mattinata, la madre chiama la nostra Lei al telefonino, apprendendo che la figlia non ce la fa nemmeno ad alzarsi dal letto. Si precipita a casa della nostra Lei; misurano insieme la pressione: 140 / 90. La nostra Lei manda subito un SMS alla propria ginecologa, la quale risponde di verificare la pressione con degli strumenti medici contattando la guardia medica comunale (visto il giorno settimanale) e prescrive Aldumet, un medicinale che contrasta l'innalzamento della pressione. Macchè: ricontrollata la pressione, questa è salita a valori 160 / 90.

Nel frattempo giunge la guardia medica, che misura la pressione della nostra Lei, notando valori 160 / 103. Preoccupata, la nostra Lei chiama la propria ginecologa, la quale conferma l'Aldumet già prescritto in precedenza. A questo punto la guardia medica chiede di parlare con la collega. Non si sa cosa la guardia medica (nei panni di un moderno Leone X Magno) abbia detto alla propria collega. Ciò che sappiamo è che questa, nei panni di un moderno Attila (ovviamente il riferimento è puramente casuale ed è più usato come paragone col risultato storico che non riferito alle persone e ad eventuali, ipotetiche e non volute somiglianze) torna sui propri passi e convoca la nostra Lei a controllo in Clinica Privata. In assenza di Aldumet, la guardia medica pratica alla nostra Lei un'iniezione di Lasix.

Alle 17:30, durante la visita, si nota come la nostra Lei abbia la pressione alta, 160 / 90. Ciò induce al ricovero presso la Clinica Privata; viene somministrato Aldumet e la nostra Lei trascorre una notte tranquilla in ospedale con pressione stabile a valori 120 / 80.

Domenica 29 Settembre. Situazione stabile.

Il dramma del coma

Lunedì 30 Settembre, immediatamente nella mattinata, intorno alle ore 8:00, la pressione si alza ai valori 160 / 90 e non si abbassa nonostante l'aumento della dose di Aldumet (da due a tre somministrazioni al dì). I genitori vanno a trovare la nostra Lei in Clinica Privata, notando pressione davvero elevata e dolori al ventre e alla schiena.

Alle ore 14:00 circa, la situazione rimane inalterata: la pressione, anche sotto Aldumet, è sempre 160 / 90. La nostra Lei è preoccupata. Dalle ore 15:00 alle ore 18:00, l'ostetrica, monitorandola, rileva ancora pressione 160 / 90 e dal monitoraggio verifica la presenza di lievi contrazioni.

Il bambino è podalico.

Per chi non lo sapesse, questa è una situazione particolare in cui il feto, pur essendo pronto a nascere, non ha la giusta posizione poiché si trova con la testa verso il diaframma della madre, e non verso la zona vaginale. Per cui, spingendo con i piedini nel naturale istinto di venire alla luce, il bimbo tende a comprimere le viscere ed il diaframma materno. Ma lui vuole nascere, vuole venir fuori. Pur essendo ancora in tempi prematuri, forse avverte, per quell'istinto naturale tipico dei neonati, che c'è un pericolo all'orizzonte, un grave pericolo per se stesso e la madre, se non nasce subito. E quindi, continua a spingere.

La nostra Lei convince i genitori a tornare a casa, promettendo di mantenersi in contatto via SMS e col cellulare. Ma la situazione non migliora: attorno alle ore 23:10 circa, viene somministrata la terza pillola di Aldumet della giornata, ma la pressione è ancora 160 / 85.

Attorno alle ore 23:20, i dolori al ventre della nostra Lei aumentano e le viene somministrato un lenitivo epigastrico (!!!). No, capite?!? Un lenitivo epigastrico!!! Insomma, la posizione podalica scambiata per un dolore di stomaco!!! Ma andiamo avanti.

I genitori, avvisati, si mettono immediatamente in viaggio per recarsi nuovamente in Clinica Privata, da dove la nostra Lei continua a chiamare la madre riferendole che, nonostante i forti dolori ed aver chiamato l'ostetrica di turno, è stata lasciata sola a soffrire perchè il dolore al ventre era stato indicato come trascurabile. I genitori, al loro arrivo in Clinica Privata, ci impiegano del bello e del buono per farsi aprire, a causa dell'ora tarda. Eppure la nostra Lei è ancora sola in camera, a soffrire. I genitori, così, sono letteralmente costretti a buttar giù il citofono e a minacciare la convocazione dei carabinieri per ottenere quella che, ovunque, dovrebbe essere la normalità, ovvero che un paziente sofferente venga visitato. Avviene, così, che il medico di guardia notturna in Clinica Privata si accorge finalmente (dopo moltissime ore) che i dolori all'alto ventre non sono sofferenze epigastriche, ma contrazioni dovute alla posizione podalica del bambino, che spinge per nascere. Nuovo monitoraggio, che mostra come la nostra Lei continui ad avere contrazioni evidenti al monitoraggio e la pressione alta; Lei urla per i forti dolori e vomita sangue, non riesce a stare coricata anche per il dolore al ventre.

Giungiamo alle 4 circa del mattino di Martedì 1 Ottobre. Finalmente la ginecologa della nostra Lei viene avvisata e si reca in Clinica Privata. Contatta immediatamente l'ospedale pubblico più vicino (la Clinica Privata non ha sala di rianimazione e terapia intensiva e non può praticare parti cesarei in condizioni critiche). Il trasferimento da un ospedale all'altro avviene alle ore 6:00.

E qui gli eventi precipitano, in un sali-scendi di gioia e dolore che nemmeno il più geniale dei registi di thriller avrebbe mai potuto pensare.

Ore 6:00. La nostra Lei viene trasferita tramite ambulanza.

Ore 6:15 circa. La nostra Lei entra in sala travaglio e poi in sala parto.

Ore 8:25. Nasce il bimbo.

Ore 8:30. L'ostetrica della nostra Lei presso la Clinica Privata, che ha assistito al parto, si reca dai familiari informando che la neo-mamma ed il neonato stanno bene, e si sta procedendo a ricucire la nostra Lei dopo il parto cesareo.

Ora 8:50. La ginecologa e l'ostetrica della Clinica Privata escono improvvisamente dalla sala parto, conducendo la nostra Lei in barella verso la sala rianimazione. Si, caro lettore e cara lettrice, hai letto bene: in sala rianimazione!!!

La ginecologa, successivamente, dirà ai familiari della nostra Lei che questa, dopo il parto, ha subito manifestato segnali clinici anomali: rotazione inconsulta della mano, dolori di testa tali da dover richiedere l'ausilio di qualcuno che le “mantenga le tempie”, rotazione all'indietro degli occhi. Durante il travaglio, la pressione è rimasta a valori elevatissimi, raggiungendo addirittura picchi di 250 / 150.

Dopo qualche minuto, la ferale notizia: Lei ha avuto un'emorragia cerebrale, è in coma e va operata d'urgenza.

È il collasso... I familiari vengono avvertiti del grave pericolo di vita: in parole povere, la nostra Lei può rimanere lì, sotto i ferri in sala operatoria... entrare in ospedale al mattino per un parto ed uscirne senza vita!!! È questo davvero il triste destino che attende la nostra Lei?!?

La speranza che divampa

E qui parte il tam tam: la notizia, si sparge, si diffonde a macchia d'olio. Avvisati i parenti più prossimi, il paese è piccolo e le notizie corrono veloci. Ma qui, per uno di quei moti dell'animo che non ti aspetti, il pettegolezzo forse tipico di questi piccoli centri della nostra bella Italia lascia il campo alla preghiera. In maniera spontanea, ognuno nel posto dove si trova in quel momento, eleva a Dio, forse a quel Dio che aveva dimenticato fino a pochi secondi prima, la più sincera, appassionata e disinteressata preghiera.

La nostra Lei rimane sotto i ferri del neurochirurgo per diverse ore, ed esce dalla sala operatoria in coma, ma l'operazione è clinicamente riuscita. Rimarrà in terapia intensiva per due settimane.

Da quel primo momento, veglie di preghiera verranno organizzate in parrocchia, non solo per Lei ma anche per tutti i malati. Qualcuno, nella famiglia di Lei, fa parte della Comunità Maria, una comunità di preghiera del Rinnovamento Carismatico Cattolico. E così, letteralmente, per dirla col Manzoni, dalle Alpi alle Piramidi, dal Manzanarre al Reno, una preghiera di intercessione si eleva a Dio.

Al termine della prima settimana, sospesi i farmaci che le inducevano il coma, Lei miracolosamente si sveglia. Ha la parte sinistra del corpo paralizzata, ma è viva ed è fuori pericolo! Nello staff di terapia intensiva, anche il medico più cinico e duro (sapete di quelli sempre accigliati, che non vorreste mai incontrare in situazioni tremendamente dolorose, perchè sapete che vi dirà la verità nuda e cruda?) parla espressamente di miracolo. Clinicamente stabile, verrà trasferita verso l'Istituto Sant'Anna di Crotone, centro d'eccellenza nazionale, ove condurrà la prima fase di riabilitazione.

Qui, la nostra Lei ricomincia a vivere, a sperare, a lavorare duramente e a lottare per rimettersi in sesto, attorniata dal marito, dai genitori, dalla suocera e, dulcis in fundo, dal figlioletto appena nato. Qui riprende a muovere la gamba sinistra e a parlare. Qui, inizia a ricordare ciò che le è avvenuto, del suo stare male, del parto cesareo, del terribile mal di testa che la costringeva a chiedere l'aiuto della ginecologa perchè le tenesse le tempie in quanto “mi sento la testa letteralmente scoppiare” (come Lei afferma), dell'anestesia epidurale che le ha “addormentato busto e braccia”, ma non ventre e nelle gambe, vivendo l'operazione in maniera cruda, sentendo il taglio del bisturi, il figlio strappato dal ventre, ed urlando, urlando come mai aveva fatto in vita sua...

Siamo all'epilogo di questa incredibile storia. Nel Dicembre 2013 la nostra Lei è tornata a casa, nel suo paesino di questo stupendo lembo di terra che dal Basso Tirreno va pian piano degradando fino allo Stretto di Messina. Il cammino non è concluso, ci sono ancora quegli arti sinistri da recuperare... I nostri Lui e Lei, col loro bambino ed i propri cari, stanno ancora, dopo piú d'un anno, percorrendo una lunga ed impervia salita, nella speranza di riprendere la propria vita, con la paura che qualcosa si sia dovuto lasciare lungo la strada ma con la certezza che la vita, in grazia di Dio, è davvero meravigliosa! Eppure, qui non è Hollywood...

Ad un anno di distanza, oggi, ho trovato il coraggio di pubblicare questa storia...

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