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Gobetti, De Gasperi e... i giorni nostri

Finchè la lotta dei partiti nati nel dopoguerra rimaneva indecisa, tutte le possibilità di futuro erano salve. Il fascismo ci ha tolto quest’incubo; e mentre gli italiani fallivano al loro esame di serietà moderna il genio della stirpe ha ripreso dall’avventuroso Rinascimento la leggendaria figura del condottiero di milizie che dà ai servi inquieti una paterna disciplina” cosi scriveva P. Gobetti nell’immediato dopoguerra (prima guerra mondiale) nel suo “le ragioni dell’opposizione”.

Parto da questo breve inciso per riprendere alcune considerazioni sullo stato dell’arte in Italia; è passato quasi un secolo, ma trovo questo pensiero di un attualità disarmante.

Dal basso della mia esperienza ho speso tanti anni nell’enunciare una semplice convinzione: ritornare alla gente ed alle sue esigenze, ricostruire un dialogo interrotto, ridare voce a chi la voce deve avere, uscir fuori dalle autoreferenze di leader, mezzi leader e padroncini, ma soprattutto rieducare la coscienza civica che si è spenta. Ridare voce e senso allo spirito democratico realizzando una crescita responsabile della società civile e non esautorarla, come fino ad oggi è stato fatto usando come grimaldello la forza della stessa democrazia: il consenso. Quel consenso che nel tempo è sempre più diventato merce di scambio fra capo e sottoposti, che non reale espressione della volontà popolare e dello spirito democratico. Scriveva De Gasperi “al popolo sovrano non bastano la virtù dell’obbedienza e della disciplina; esso deve avere anche il senso della responsabilità di governo, il sentimento della solidarietà e della comunità, la forza morale di autolimitare le proprie libertà in confronto dei diritti altrui e l’energia di non abusare delle istituzioni democratiche per interessi di parte o di classe. Nei momenti più decisivi, quando l’elettore democratico è chiamato ad esercitare il diritto di voto, egli deve essere incorruttibile in confronto alle lusinghe dei demagoghi e dei ricatti dei potenti e quando agisce nella manifestazione collettiva deve vigilare perché la sua coscienza morale non venga sommersa dalla marea spesso istintiva e irrazionale della massa.”

I demagoghi dell’oggi, invece di spararle grosse dovrebbero imparare a leggere di più i nostri padri e non “Wikipedia”, che per quanto utile non è la summa della cultura: forse ne guadagneremmo qualcosa di buono.

Invece, da tempo le vicende della nostra politica non sono più il frutto di un dibattito per il bene comune, né di ragionata dialettica, ma lo scontro fra fazioni che difendono, a volte in maniera cieca, il proprio leader.

Questo ha creato sempre di più un disinteresse “interessato” (mi si segua nel gioco di parole) nella gente.
Interessato perché quando la politica viene fatta in maniera padronale, il padrone fa sì che i suo “servi” siano contenti dando loro le briciole necessarie affinché sia lasciato a lui l’onore e l’onere (diciamo così) di occuparsi degli “affari” (nessuno disturbi il conducente), possibilmente, purtroppo, “i suoi affari”.
Disinteressato perché troppo spesso la gente si adagia, parafrasando il buon Gobetti, al paterno abbraccio di chi sembra volersi prendere cura di loro, passi poi che il più delle volte tale abbraccio si rivela letale.

Così che si crea il desolante quadretto: oggi mi trovi un posto di lavoro, domani mi fai un condono fiscale, domani l’altro un percorso agevolato per il mio figliolo... Insomma si crea una “sottocultura” che corre indubbiamente verso il basso. La gente sembra non pensare più al bene comune, ma al proprio e se questo dipende da questo o quel leader cosa importa? Una sorta di “familismo amorale” nazionale, in cui sempre più grande è diventato il distacco tra l’interesse comune e l’interesse particolare e quest’ultimo il più delle volte prevale.

Tu mi dai io ti dò (parafrasando il Cetto Laqualunque di Antonio Albanese “mi voti? Sistemu a ttia e a tutta a to' famigghjia; non mi voti? Ntu ... a tia e a tutti i toi”).

Questo è lo spirito che si è fatto avanti negli ultimi decenni. Questo ancor di più è avvenuto con le tanto agognate riforme delle nostre amministrazioni comunali e regionali, le quali, se nell’intento del legislatore dovevano essere il punto di partenza per un miglior funzionamento della macchina amministrativa, tuttavia esse sono diventate sempre di più il fulcro di snodo, le matrici del potere leaderistico: l’uomo solo al comando (e questo senza distinzioni di colori).

Purtroppo, per loro e per noi, ciò che il sistema ha generato ben presto è degenerato. I partiti, i propri leader non hanno più svolto la funzione di curatori della cosa pubblica, né tantomeno sono stati i testimoni di valori morali da imitare, nell’interesse collettivo. Essi hanno vi è più messo al centro del proprio agire il proprio tornaconto e quello della ristretta cerchia di “amici”. Il guaio è che l’appetito vien mangiando, e con esso spesso l’ingordigia, accompagnata da un senso di impunità, se non addirittura di onnipotenza.

In questo quadro degradato, di sprechi, abusi e quant’altro dove non bastano le innumerevoli azioni giudiziarie, arriva una crisi che a mio modesto parere supera nelle proporzioni la grande depressione del 1929, anche perché l’economia globalizzata ha accorciato le distanze e velocizzato il contagio come in un enorme domino.

In questo quadro cresce il disagio, in quanto i colpi giudiziari, le “vacche grasse”, che spremute senza ritegno ed aggredite dalla crisi divengono sempre più magre, hanno reso la torta da spartire sempre più piccola, mentre le spese aumentano e a pagare è sempre Pantalone. Il distacco fra la classe dirigente e la gente (anche di quella parte che aveva in qualche modo contribuito alla cura dimagrante della cosa pubblica) diventa sempre più ampio.

In questo quadro la politica del capo, la teoria dell’uomo solo al comando mostra tutta la sua fragilità e le sue crepe, generando un piccolo grande problema: il Capo (come tutti i “capi”) per restare più a lungo possibile in sella non farà certamente una cernita accurata dei propri collaboratori, troppa fiducia nei suoi smisurati mezzi, così accade che egli si circonderà per lo più di ammirati “yes men” che del capo non hanno le capacità, ma sicuramente la stessa fame di potere se non di più. Al momento dell’immancabile crisi il capo quindi troverà intorno a sé non uomini che lo chiameranno al senno, ma troverà al suo fianco dei difensori strenui, anche dell’indifendibile, accusando magari le poche voci fuori dal coro di tradimento. Questo atteggiamento prolungherà di un po’ la sua aura ma non garantirà assolutamente una soluzione per la gente, anzi! Intanto la rabbia cova!

Cosa accade ad una società in crisi economico-sociale se non avrà avuto cura nel tempo di crescere nella sua coscienza? (Ricordate gli uomini dell’immediato dopoguerra? Ecco magari ce ne fossero oggi!)

Se la classe dirigente non fosse colpevole a tutto tondo, la normale soluzione sarebbe insita nel processo democratico delle elezioni.

Ma se agli occhi della gente tutti son colpevoli? Se la gente è stata educata a dar ascolto più alla pancia che non alla mente? Ancor peggio, se la gente ormai è troppo abituata ad aver un leader patriarcale a guidarla cosa farà? La mia risposta è semplice: cercherà una nuova guida che dia sfogo alle sue richieste, ai suoi umori. Ed ecco che dal male sfocia altro male, stavolta ammantato di giustizia, di onestà di cambiamento, ma tutt’altro che democratico.

Dalle macerie di una classe dirigente a volte incapace, a volte colpevolmente indecisa abbiamo visto nascere un nuovo, ma un nuovo curioso che se vogliamo si dimostra almeno dai primi (e per fortuna innocui) passi peggio del male che vuole curare. Un nuovo che affacciandosi nell’agone politico non propone un progetto, un programma, no, egli propone come suo programma un sonoro “VAFFANCULO” a tutto come dire un novello De Gasperi, un Piero Calamandrei d’annata (spero sia chiara l’ironia e mi perdonino le esimie figure citate).

La più becera forma di populismo, "distruggiamo", "tutti son uguali", "nessuno da salvare". Il quadro è desolante, ma ancor peggio ci propina una soluzione (che per grazia seppur vistosa è ancora limitata nell’entità) di una volgarità devastante. Un quadro politico-istituzionale il cui stallo è stato definito in mille modi, un’incapacità di presa di coscienza sconvolgente, un’arroganza che trasuda cieca vendetta più che responsabile presa di posizione per le esigenze del Paese. Intanto la gente è disperata e mentre ciò accade l’impresentabile quadretto mediatico continua la sua farsa da grande fratello, un reality mediatico che potrebbe anche divertirci, se non fosse che le vittime siamo noi e non i partecipanti.

Stai seduto e visioni uno qualunque dei mille talk in onda in questi giorni e ti verrebbe voglia di urlare contro, dire “ma di cosa state parlando?!? Dove vivete?!? Quale società avete conosciuta?!?”. Vedere stancamente stimati signori giornalisti inseguire le funamboliche peripezie di un ex comico ed essere mandati a quel paese dallo stesso, vedere leader politici che battibeccano su poltrone ed altro, mentre la gente riempie la mensa dei poveri. Ti viene da dire “basta”, ti viene da dire “recuperiamo il senso della nostra terra, recuperiamone le radici della cultura, recuperiamo il pensiero dei grandi uomini a cui questo paese a dato i natali recuperiamoli e non permettiamo che l’oscurantismo del nuovo padre leader le metta a tacere come fu per il povero Gobetti citato all’inizio, recuperiamo la competenza e il senso della democrazia recuperiamole in quell’angolo in cui la mala politica del cosi detto “fare” (e non del wel-fare) li ha rilegati. Diamogli spazio perché l’Italia ha in sé questi “geni” che il comune senso del qualunquismo non può tenere per sempre in disparte o all’estero, pena lo stallo che stiamo vivendo.”

E nel frattempo civilmente confidiamo che “... la coscienza morale non venga sommersa dalla marea spesso istintiva e irrazionale della massa.”

Alla prossima...

Tags: Gobetti   De Gasperi   Italia   crisi

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