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Caro Franco, ebbene sì: son passati la bellezza di dieci anni, ma sembra ancora ieri

Io, Franco Fortugno, l'ho conosciuto solo indirettamente, attraverso i racconti della moglie Maria Grazia, del cognato Fabio, del comune amico Alfredo Molinaro, di mio padre Giuseppe.
Mio padre, dipendente Telecom oggi in pensione, avrebbe potuto essere un buon sindacalista. Da più parti gliel'avevano chiesto e continuarono a chiederglielo per tutto l'arco della sua vita lavorativa. Conscio, però, che l'impegno sindacale gli avrebbe fatto sacrificare molto tempo, propendette per la famiglia. Mio padre - appassionato di politica intesa come impegno civico fattivo, cittadino integerrimo, gran lavoratore, amorevole padre, un brav'uomo, detto alla calabrese - votava comunista, e non voleva saperne di null'altro partito se nel simbolo il colore rosso non era preponderante. Localmente, di rado e solo per motivi di stima personale, poteva accettare di votare socialista, anche se già ai tempi di Craxi e Pillitteri aveva avuto i suoi bei travasi di bile al riguardo.



In quella primavera del 2005, mio padre venne invitato, insieme a tanti altri, da Alfredo Molinaro ad un incontro con Franco Fortugno, uno di quegli incontri elettorali fatti sul territorio, da chi è abituato a far campagna elettorale parlando con l'elettore mentre lo guarda negli occhi. Io, allora, ero alle soglie dei 27 anni, ma non andai a quell'incontro. All'uscita, mio padre mi disse in dialetto sei parole, che ancora oggi mi rimangono impresse: "Chijiu è propriu nu brav'omu" - quello è proprio un brav'uomo.

Allora, la cosa che più mi rimase impressa è che mio padre non usò "bravu cristianu" - brava persona - ma "brav'omu", alla calabrese. Dalle mie parti, essere un "brav'omu" è qualcosa di più dell'essere una brava persona, va ben oltre, assomma in sè l'essere un bravo cittadino, un bravo professionista, un bravo marito, un bravo padre, un buon amico... Quello fu l'impatto che Franco fece su mio padre, quello di un brav'uomo.

Non mi raccontò, allora, mio padre, di "nu bonu politicu". Dalle mie parti, essere "nu bonu politicu" non è il massimo della vita. Quella perifrasi viene popolarmente usata in senso dispregiativo, marchiando con essa chi fa della politica un uso di potere e tornaconto personale, brigando ed intrallazzando. Ecco, Franco non era un "bonu politicu", era un "brav'omu". In verità, Franco in QUEL modo di far politica era pure abbastanza scarso, figurarsi se poteva essere un "bonu politicu". Da questo punto di vista, Franco era uno che apprezzava, stringendogli la mano, più chi gli diceva un "no" schietto in faccia che chi gli rivolgeva qualcosa del tipo "vabbò, dottori, viriti ca a conzamu, 'ncarchi votu 'nc'è puru pe' vui" - vabbè, dottore, non preoccupatevi che ci mettiamo d'accordo, qualche voto lo giriamo pure a voi (con l'evidente sottinteso personale interessato).
Franco era più uno che credeva, persino in politica, ai rapporti personali... Ecco, era una sorta di Commissario Tecnico della politica, uno che fa squadra e tiene alla costruzione di un gruppo coeso ed affiatato, declinando la politica come servizio ed impegno per il bene comune.


Franco non era un santo, parliamoci chiaro, e questo mio saluto non vuole essere il panegirico di un santo. Anzi, se Franco oggi fosse fisicamente qui in mezzo a noi, a definirlo santo mi tirerebbe pure due ceffoni. Franco era un "brav'omu". Anche per lui, illo tempore, partì la macchina del fango postuma, come per don Diana o don Puglisi (ecco, adesso, dopo questi paragoni, i ceffoni me li tira davvero!), ma anche per Franco non potè attecchire. Non perchè fosse un santo, semplicemente perchè era un "brav'omu".

Se dicessimo che, quando in quel 16 Ottobre 2005 venne dato compimento all'ordine "ammazzati l'onorevole", la Calabria smarrì la sua speranza, faremmo un torto a Franco, proprio perchè Franco era un profondo credente e sa che la speranza risiede in Dio. In quel giorno tragico, però, ci privarono della nostra possibilità di autodeterminare il nostro futuro, si impossessarono della nostra storia cambiandola a loro piacimento. Oggi, a dieci anni di distanza, ancora riecheggia una domanda provocatoria: chi stiamo aspettando per riprendercela?

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