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Ricerca italiana e spesa fondi pubblici: responsabilizzarsi sul «come» per battagliare sul «quanto»

Partiamo da un fatto: gli investimenti pubblici nella ricerca sono davvero miseri, e questa è una realtà. A mio avviso, però, se l'accademia italiana non si riprende la credibilità sul “come” spende i soldi pubblici, le battaglie sul “quanto” difficilmente saranno vinte. So che le cose che esporrò potranno essere per certi versi indigeste, ma a muovere le mie azioni è sempre uno spirito costruttivo di confronto di idee (qualora ve ne siano, ovviamente).

Nell'ambito della mia attività universitaria, mi sono sempre posto una domanda: postulato che l'Italia è fra i fanalini di coda in quanto ad investimenti nella ricerca ed assodato che, invece, ricerca ed innovazione creano cultura, formazione, sviluppo e ricchezza sociale, perchè i vari governi italiani, di qualunque colore politico essi siano o siano stati, si ostinano a destinare rari fondi a questo contesto, tranne quando addirittura non provvedono a tagliare i finanziamenti?

Negli anni, la risposta pragmatica ed esperienziale che mi sono dato è una, e non poteva essere altrimenti: lo Stato, in linea generale e tranne casi particolari sporadici (dovuti a criteri di effettiva ed innegabile eccellenza, oppure di particolare vicinanza di qualsivoglia natura), non si fida di quella autonomia accademica riconosciuta. Della serie: “ti ho dato l'autonomia, ma non ti garantisco gli strumenti per esercitarla perchè non mi fido”.
Il che, ovviamente, pone un problema di fondo: lo Stato non si fida generalmente di chi esercita quell'autonomia, ovvero di coloro che ha selezionato, attraverso concorsi pubblici, come classe dirigente accademica. Se, però, li ha selezionati da se stesso, perchè lo Stato non si fida? Come, quindi, li ha selezionati? Vabbè, glissiamo su questo.

La risposta di cui sopra, però, mi ha portato a fare una riflessione di base per l'Italia che sarà o che potrà essere: non serve solo agire sul “quanto” si spende per ricerca ed innovazione, è necessario migliorare anche il “come” si spende. Se quella fiducia assente non viene rimessa in gioco con un'analisi sul “come”, il “quanto” non potrà mai migliorare.

Avendo già trattato la possibilità di riformare la valutazione ex-ante (all'atto della presentazione), in itinere ed ex-post (all'atto della chiusura) dei progetti di ricerca italiani finanziati con fondi pubblici provenienti da Stato o Enti locali, mi concentrerò qui su un'altra considerazione: la responsabilizzazione nell'utilizzo dei fondi.

Quante volte, in Italia, abbiamo sentito parlare di baronìe? È possibile svolgere missioni per conferenze ingiustificatamente esorbitanti da un punto di vista di spesa, o acquistare strumenti di laboratorio inutilizzabili (perchè incompleti per scarsità di pianificazione, o semplicemente per assenza), senza che si dia conto se non fiscalmente? Quanto si spende in Italia in ricerca in rapporto ai risultati che si ottengono?

Ecco che, quindi, viene fuori la mia proposta shock: responsabilità civile sui finanziamenti pubblici alla ricerca. Dettagliamo.

La riforma Gelmini ha cessato l'esistenza delle Facoltà così come fino a ieri le concepivamo, incardinando nei Dipartimenti tutta l'importanza della vita accademica. Tali Dipartimenti possono anche raggruppare docenti e ricercatori provenienti da differenti Facoltà pre-sussistenti. La mia proposta parte da qui: in seno ad ogni Dipartimento, si creino e si codifichino i Gruppi di Ricerca (GdR). Questi nascano o per aggregazione di elementi dello stesso Settore Scientifico Disciplinare (SSD), di SSD affini o anche per multidisciplinarietà basata su argomenti di ricerca comuni. Dopodichè, ogni GdR nomina ufficialmente un Capo Unità (CU), che assume funzione formale in seno al Dipartimento. Se il GdR non riuscisse a nominare autonomamente il CU, l'Ordinario più anziano del GdR ne assumerebbe automaticamente il ruolo. In tal modo, i fondi di Ricerca di Base (RdB) non verranno più assegnati singolarmente, bensì per gruppi.

La ricerca viene valutata in itinere ed ex-post sia da un punto di vista meramente di giustificazione di spesa, sia per quanto concerne i risultati della ricerca. Si badi bene, a questo punto, come sia necessario ovviamente considerare che un filone di ricerca può essere più o meno diffuso, più o meno presente in letteratura scientifica, più o meno di frontiera, più o meno volto all'applicabilità. I criteri valutativi dovranno prendere in considerazione tutte queste necessità: i vari parametri utilizzati a livello internazionale, quindi, dovranno ben essere considerati in termini non assoluti, bensì normalizzati attraverso opportuni pesi che considerino i fattori di cui sopra discussi.

Facciamo alcuni esempi, naturalmente non esaustivi.
In linea generale, la ricerca di base, altrettanto importante quanto quella applicata, non genera brevetti, eppure la sua sussistenza è fondamentale affinchè la ricerca applicata possa a sua volta esistere. Progetti di ricerca di base possono essere pluriennali, ed andare ben oltre i 2-3 anni canonici attualmente considerati. Tutto ciò deve essere considerato.
Il numero di elementi costituenti l'unità di ricerca deve essere considerato nella computazione della normalizzazione.
Il contesto di frontiera (che incide quindi su citazioni dei lavori e quindi su H-index et similia) è un altro fattore che non può essere escluso.
La volontà di brevettazione implica una impossibilità a pubblicare su ciò che si vuol brevettare: anche questo bisogna considerare e dare il giusto peso a brevetti piuttosto che a pubblicazioni. Gli ambiti di pubblicazione, poi, sono anch'essi da valutare attentamente: va considerato l'impact factor medio per SSD (in casi di multidisciplinarietà, potrebbero essere considerati opportuni pesi in base alla costituzione del GdR ed alla predilezione per un o un altro SSD di pubblicazione); va analizzato il fatto che una pubblicazione ogni 10 anni su Nature può valere più di 10 pubblicazioni annuali su riviste medio-basse, etc...

Come vedete, molti dei criteri proposti sono fondamentalmente legati alle scelte di costituzione, linee di ricerca ed ambiti di produzione scientifica che i GdR fanno per se stessi, nel massimo rispetto del criterio di autodecisionalità e, quindi, di autonomia accademica. Una volta stabiliti criteri generali e particolari, che governino opportunamente la valutazione della ricerca in base ai vari ambiti dello scibile umano, si hanno gli strumenti di valutazione in itinere ed ex-post.

Ecco che viene il bello: ogni Capo Unità, in base ai criteri di valutazione sopra esposti e non solo con semplici giustificativi fiscali, dovrà rispondere civilmente di come il suo GdR ha utilizzato i soldi pubblici ottenuti per effettuare progetti di ricerca dal GdR stesso proposti.

Assumiamo che il tal GdR chieda una X cifra per condurre un progetto per T anni. Lo Stato finanzia completamente il progetto (anche lo Stato deve prendersi le sue responsabilità, non può più ridimensionare il finanziamento ai progetti).

Ex-post, visti i risultati, ci si rende ad esempio conto che sarebbe bastato l'80% dei finanziamenti? Bene, di quel 20% in sovrappiù, anche se opportunamente giustificato da un punto di vista fiscale, ne risponderà personalmente da un punto di vista civilistico il Capo Unità. In più, il GdR assumerà a proprio carico una nota di demerito pubblica, estesa ai suoi componenti, in maniera tale che sia permanente anche qualora dovessero modificarsi le composizioni dei GdR.
Viceversa: ex-post, visti i risultati, ci si rende conto che, per condurre quel progetto ci sarebbe voluto il 120% dei finanziamenti? Bene, a questo GdR virtuoso, che si è fatto bastare i finanziamenti anche quando ne necessitavano in più, viene non solo riconosciuto il 20% non dato al momento del finanziamento, ma viene anche attribuita una nota di merito pubblica, che viene ovviamente anch'essa estesa ai suoi componenti.

A questo punto, è pressocchè naturale che elementi meritevoli tendano ad aggregarsi in GdR locali e che GdR meritevoli tendano ad aggregarsi in consorzi per la proposizione di progetti: ne sono cosciente ed è proprio quel che voglio.

In maniera da non generare vacue polemiche, la mia proposta prevede anche che un accademico possa scegliere di far gruppo di ricerca a sé: il ragionamento non cambia di una virgola. Inoltre, i GdR possono nascere anche inter-dipartimentali: in tal caso l'accreditamento d'Ateneo potrebbe avvenire direttamente presso il Rettorato.

Addirittura, chi vuole continuare ad esercitare le baronìe può tranquillamente farlo: se ne dovrà opportunamente rispondere. Il tal cattedratico vuol far vincere il concorso al tal parente, o amante, o similari? Bene, lo faccia pure, ma è inevitabile che, se il “raccomandato” non è capace, genererà un danno nel GdR in cui andrà inserito. Qualora fosse inserito nel medesimo GdR del “raccomandante”, il danno sarà a carico del Capo Unità, quindi a carico del “raccomandante” stesso nel caso in cui questi sia CU, oppure di un collega. Qualora il “raccomandato” fosse inserito in altro GdR, il danno andrebbe a carico di un collega del “raccomandante”. Infine, qualora il “raccomandato” faccia GdR a sé, il danno sarebbe a proprio carico.
A questo punto, vorrei proprio vedere chi si prende la briga di fare un favore ad un collega, inglobando nel proprio GdR un incapace...

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