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Contro l'ISIS le armi non bastano

Questa riflessione nasce da un reportage cui assistevo ieri su SkyTg24, riguardante l'attuale battaglia per la conquista di Mosul (Iraq) contro l'ISIS. Sul campo, grande sforzo bellico viene sostenuto da milizie non governative di sciiti e curdi iracheni, gli ormai famosi Peshmerga. Mentri questi ultimi sono fortemente sostenuti dalla Turchia (che intanto, però, combatte duramente i curdi siriani e turchi, che casino!), le milizie sciite irachene sono legate a Moqtada Al Sadr. Comunque, non sono forze governative.

Va da sè che queste milizie non rispondo al legittimo governo iracheno, ma ai propri capi diretti che non sempre sono in ottimi rapporti con le istituzioni ufficiali. Ancor più complessa è la situazione in Libia, dove le milizie non regolari hanno base tribale, o in Siria, con le truppe fedeli a Bashar Al Assad da una parte ed una congerie di gruppi oppositori (fra cui anche fazioni radicali legate all'ISIS o ad Al Qaeda, come Al Nusra) dall'altra.

Con questo scenario di base, provo ad immaginare cosa possa succedere in futuro con la sconfitta dell'ISIS in Siria, Libia ed Iraq. Allo stato attuale delle cose, le conseguenze sono facilmente immaginabili:

  1. irrigidimento, per usare un termine elegante, dei rapporti fra le potenze locali turcomanna (Turchia, sunniti, con evidenti nostalgie dell'Impero ottomano), arabe (Arabia Saudita ed emirati del Golfo, tutti islamici sunniti, ora alleati, ora in contrasto con la Turchia), ed iranico-persiane (Iran, sciiti);
  2. aumento del potere locale dei signori e signorotti della guerra;
  3. aumento dei flussi migratori di profughi che fuggono dall'orribile terrore di una guerra senza quartiere, senza requie, fondata sull'odio per il vicino, in cui qualsiasi momento della giornata può essere foriero di morte o distruzione;
  4. aumento della paura verso lo straniero nei Paesi meta dei migranti, con conseguente inasprimento dell'intolleranza e della voglia di isolazionismo.

In questo quadro, non c'è da aspettarsi granchè: o ci sarà un ritorno a governi dispotici, oppure si deve garantire che quegli Stati siano guidati da istituzioni autorevoli.

Nel caso di ritorno a governi dispotici, ci troveremmo con le cosiddette "primavere arabe" che non avranno portato a nulla se non ad un depauperamento di quelle terre, una diaspora dei popoli, un aumento delle popolazioni povere nel mondo ed un corrispondente aumento dell'accumulo della ricchezza in mano solo a pochi oligarchi, una recrudescenza internazionale dell'isolazionismo e dell'intolleranza razziale e religiosa, lo smembramento dell'Unione Europea (che, volenti o nolenti, è stato, e deve tornare ad essere, lo strumento principe di pacificazione e collaborazione nel vecchio continente): insomma, una manna dal cielo per gente come Putin.

Con questo non voglio assolutamente asserire che l'ISIS sia un bene, tutt'altro: è assolutamente un male da sconfiggere, ma la battaglia non va svolta solo sul terreno militare, ma deve trovare anche una via diplomatica e politica, che va avviata adesso. Infatti, senza dei governi nazionali autorevoli e largamente condivisi, si rischia di ripetere l'errore fatto in Afghanistan dopo la cacciata dei sovietici, con signori e signorotti della guerra che, non deponendo le armi a favore di istituzioni democratiche solide, continuano a combattere in una guerra civile che non può non concludersi se non con un intervento autoritario (ricordo che in Afghanistan i "normalizzatori" furono i talebani!). Ritorneremmo, quindi, punto e a capo.

Allora, se si vuole davvero iniziare una seria pacificazione di quelle terre, è imprescindibile l'avvio immediato di serie e forti azioni diplomatiche internazionali atte a costituire, in Siria, Libia ed Iraq, governi solidi, autorevoli, largamente riconosciuti ed inclusivi delle varie realtà etniche e religiose. Questi governi non vanno lasciati soli, ma vanno accompagnati (seriamente e senza doppi e terzi fini) verso una strutturazione ed una penetrazione territoriale che deve essere ancora più pregnante e significativa delle attività militari che al momento si stanno svolgendo.

Se così non sarà, mentre ieri ci siamo trovati il pericolo Al Qaeda (non ancora cessato) ed oggi il temibile ISIS, domani staremo sotto lo scacco di chissà quale altra sigla terroristica.
Se è la pacificazione che davvero si vuole, la via politica non va mai accantonata ma deve essere preminente, anche in periodi di guerra (Yalta ce lo rammenta).
Se, invece, è più conveniente il caos (per il predominio internazionale di qualche superpotenza, per le industrie belliche, per le multinazionali petrolifere o chissà cos'altro), almeno si sia sinceri e non si spaccino all'opinione pubblica internazionale le proprie pantomime di orgasmico potere come fossero invece alto senso morale e democratico.

Tags: ISIS   Libia   Iraq   Mosul   Siria   Assad   Putin   guerra   medio oriente   pace   politica   diplomazia

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